La chitarra, dal mito alla storia – Parte 1

6 giugno 2012 - In: Liuteria domestica - Tag: , 0 Comments

In ossequio alla mia proverbiale logorrea, e soprattutto per soddisfare la vostra immensa curiosità, non posso esimermi dal ripercorrere rapidamente la storia della chitarra, che affonda le sue radici in lontani miti indoeuropei fino a sfiorare gli albori della civiltà umana. Ma andiamo con ordine.

La chitarra è probabilmente uno degli strumenti musicali più diffusi, grazie a tante caratteristiche che ne favoriscono l’utilizzo anche da parte di suonatori pressoché improvvisati: è uno strumento sostanzialmente facile da suonare, almeno nei primi rudimenti che comunque permettono di raggiungere performance soddisfacenti anche con il solo scopo di strimpellare in spiaggia con gli amici: gli accordi di base sono facili da imparare a memoria, e permettono rapidamente di creare, se non melodie, sicuramente validi accompagnamenti per mille e mille canzoni della cosiddetta musica leggera; la chitarra è anche uno strumento abbastanza comodo da trasportare, leggero, tutto sommato robusto, e in grado di resistere ai maltrattamenti di una vacanza senza perdere la sua funzionalità; è infine uno status-symbol, soprattutto nelle sue declinazioni “elettriche”, capace di solleticare la fantasia fino a creare veri e propri miti, praticamente in qualsiasi ambito musicale oggi noto.

La chitarra, però, ha subito dalla sua comparsa ad oggi un’evoluzione molto complessa e articolata, percorrendo dalla notte dei tempi diverse strade che l’hanno portata a generare strumenti anche molto differenti in una sorta di “speciazione” naturale frutto dell’adattamento alle diverse necessità che i suoi suonatori hanno via via incontrato.

La parola chitarra deriva dal greco κιθαρα, termine volto poi nel latino classico cithara e quindi disceso con buona conservazione nell’italiano moderno (e dando origine anche alla parola cetra). La comune origine dei due strumenti, dunque, la cetra e la chitarra, è chiara nel nome oltre che nella morfologia. La parola trae origine a sua volta dal termine greco attico κιθαρος, sostantivo utilizzato per indicare la parte alta del torace umano, forma che lo strumento adotta nelle sue versioni più arcaiche, come quelle appunto che possiamo tutt’oggi ammirare nell’iconografia classica. Prima di arrivare al greco, però, la parola aveva avuto già una sua storia nelle civiltà sanscrite: la parola tar (conservata nel greco κιθαρος) significa sempre “corda”; non è un caso se due dei più noti strumenti a corda del bacino dell’Indo portano il nome di dotar e sitar, che significano, semplicemente, “due corde” e “tre corde” a indicarne la dotazione primitiva; e se uno strumento a quattro corde porta il nome di chartar, il precursore del sostantivo finito dritto dritto nella lingua ellenica.

Il mito greco, poi importato a Roma, narra della scoperta della cithara da parte del giovane dio Hermes (il Mercurio del pantheon romano): un giorno, il dio si fermò su una spiaggia ad osservare incuriosito i resti di una tartaruga morta, e ad ascoltare il suono prodotto da alcuni dei tendini che, mossi dal vento, risuonavano nel carapace vuoto. Raccolti i resti, Hermes li rimodellò formando un pregiatissimo strumento musicale, la cithara appunto, che sarebbe diventato lo strumento fondamentale della musica greca classica. L’iconografia descrive il dio Apollo sempre con la cithara in mano; il mito spiega perché: lo strumento gli fu donato proprio da Hermes quale risarcimento per un furto subito; il dio, amante delle arti, non avrebbe resistito al fascino del dono, e ne sarebbe rimasto incantato per sempre. Lo storico Plutarco, con un rigore più scientifico e meno romantico, ci dice invece che la cithara fu uno strumento musicale inventato da Cepione, poeta allievo di Terpandro, e poi diffuso tra i maestri musici professionisti, che in breve vennero chiamati “citaredi”, a testimoniare quanto stretta fosse diventata l’unione tra i musicisti/cantori e lo strumento musicale.

Comunque siano andate le cose, la cithara non fu veramente l’antenata dell’attuale chitarra come noi la conosciamo. Le ha regalato il nome, questo è vero, ma i rapporti tra i due strumenti ne fanno forse dei cugini lontani: la cithara, infatti, non assomiglia granché ad una chitarra moderna, basta osservarla un attimo per capire che l’evoluzione dello strumento mirava più nella direzione della moderna arpa, che della chitarra attuale. Le corde erano tese da un traverso sostenuto da due rebbi verticali, i quali si innestavano poi in una specie di cassa di risonanza, andata via via nel tempo sempre più atrofizzandosi, tanto da scomparire praticamente del tutto nelle versioni più recenti.

Il filo che unisce la moderna chitarra con la sua vera antenata si dipana nel tempo passando attraverso il Medio Oriente e l’Egitto dei faraoni; un bassorilievo ittita databile intorno al XIII secolo a.C. ritrae infatti quello che si ritiene essere il più antico chitarrista della storia umana: il “chitarrista ittita” suona una versione morfologicamente assai simile alla chitarra odierna, anche se molto più piccola nelle dimensioni (forse un ukulele awaiano ne ricorda di più la tipologia). Nella “chitarra ittita” compaiono inequivocabilmente i segni dello strumento moderno: la forma del corpo, la presenza di tasti lungo il manico, il fondo della cassa piatto e non convesso. Ci troviamo nei pressi di quella Troia che ispirò i versi di Omero (probabilmente egli stesso cantore e citaredo), in Asia Minore. E strumenti simili alla chitarra per forma e utilizzo sono ampiamente descritti nelle tombe egizie di poco successive, dove si vedono delle suonatrici imbracciare uno strumento musicale chiamato dapprima kwitrh (di cui è ben riconoscibile l’assonanza fonetica con il termine cithara), e poi oud. Al-oud lo chiamano gli arabi, e ne fanno uno degli strumenti principi della loro musica; Abdul Hassan Ibn Naffi detto “Ziryab” è il liutaio che forse più di tutti ne definisce la forma, donandogli una quinta corda al grave e stabilendone per sempre l’accordo Re-Mi-La-Re-La.

Gli europei che per primi vengono in contatto con lo strumento ne storpiano il nome in liuto, condotto forse verso l’Europa cristiana dai primi crociati, per fornire quello che sarebbe diventato lo strumento fondamentale di una nuova tipologia musicale, il cantare dei Trovatori. La chitarra che conosciamo oggi è una variazione sulla forma del liuto classico, con una strozzatura netta laddove il liuto mostrava una superficie a guscio continuo, e a goccia.

E quasi sicuramente la chitarra passa per la contaminazione spagnola prima di giungere definitivamente in Europa, da dove ne esce con l’aspetto che oggi tutti vediamo. Non è un caso se la scuola musicale spagnola mostra il massimo del virtuosismo nell’utilizzo della chitarra cosiddetta “classica”. La Spagna aveva costituito per l’intera Europa, e non solo in ambito musicale, fino al chiudersi di un anno importante come il 1492, una sorta di effervescente terreno di coltura per una vera e propria rinascita sociale, artistica e scientifica, grazie alla dominazione araba che aveva avuto il suo inizio con il califfato Abbaside del 750 d.C., dilagata poi su centri importantissimi come Siviglia, Cordoba, Toledo, Lisbona, e poi la Sargegna, la Corsica, la Sicilia. Gli arabi, che mai imposero la loro religione ma si dimostrarono aperti e tolleranti come pochi seppero e sapranno fare, portano nella cultura europea le influenze filosofiche mutuate dalla cultura greca, le nozioni della matematica di origine indiana, la mirabile poesia persiana, le innovazioni dell’architettura rappresentate da opere sorprendenti come la mezquita di Cordoba e il castello dell’Alhambra. La contaminazione musicale fu di eguale intensità e qualità , e nonostante l’aperta e fortissima ostilità opposta dalla chiesa cattolica, strumenti come il già citato oud e il rebab entrano ugualmente nella cultura musicale europea, come ben testimoniano le bellissime miniature delle Cantigas de Santa Maria, dell’Escorial vicino a Madrid.

Anche Roma aveva avuto il suo tipico strumento a corde, la fidula, termine che il tempo trasforma prima in viola in Italia, in vihuela in Spagna e poi in fidel in Germania. Nel duomo della bella Orvieto si conserva un affresco di Luca Signorelli, risalente al 1499, in cui compare una vihuela, unica documentazione del tempo circa la diffusione dello strumento nel nostro Paese.

Nel medioevo sembra nascere la figura ben definita dell’artigiano liutaio: in Italia, Dante Alighieri cita un certo Belaqua come costruttore di strumenti a corda quali liuti e lire, e in Francia un documento del 1292 cita esplicitamente una categoria di feseurs de vielles.

[Fine parte 1]

 

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