La chitarra, dal mito alla storia – Parte 2

6 giugno 2012 - In: Liuteria domestica - Tag: , 0 Comments

Lo strumento sorpassa il medioevo sempre più caratterizzato dalla sua forma particolare. Ha quattro corde, chiamate “cori”, dopo il 1300, e di queste tre sono doppie, fatte di budello animale e accordate all’unisono e all’ottava. Dal XVI sec. si aggiunge un coro grave, il quinto, con lo scopo di rafforzare la voce dello strumento, e decretando così il declino definitivo del liuto, la cui tenue voce mal si prestava all’utilizzo fuori della camera. La chitarra esce dal XV sec. riabilitata dopo un passato di sordina, trascorso all’ombra del più nobile e delicato liuto: nel 1482 il grande Leonardo scrive, nel curriculum che invia a Milano per farsi assumere da Ludovico il Moro, che oltre all’ingegneria, alla pittura, alla scultura, alla scienza medica, egli si dedica provettamente anche all’arte del “suonatore di chitarra”, da cui l’uomo colto sa trarre virtù e conforto. La corte di Luigi XIV prevede la figura regolare, con tanto di guiderdone, del maestro di chitarra.

Al volgere del XVIII sec. lo strumento muta ancora, acquista l’ultimo coro al grave e perde tutti i raddoppi, lasciando così sei corde semplici. Al tempo stesso cresce il volume della cassa armonica, alla continua ricerca della miglior amplificazione possibile. Sono del XIX sec. gli interventi del maestro liutaio Antonio De Torres, che allontana la tastiera dal piano armonico, migliorandone drasticamente la suonabilità e permettendo ulteriori evoluzioni come la tastiera sollevata, del tutto scollegata dal piano vibrante, ad interferire il minimo possibile con esso a caccia dell’ultima vibrazione utile. De Torres opera anche altre modifiche fondamentali sullo strumento, ne amplia la cassa armonica al fine di aumentarne il potere di amplificazione del suono (motivo dominante della ricerca liutistica di tanti secoli), e soprattutto perfeziona l’incatenatura “a ventaglio”, che si dimostra immediatamente l’arma vincente per la qualità globale del suono prodotto dallo strumento che ora può vantare una tonalità estesa ai bassi mai sentita prima.

E sopra il delicato pizzicar del liuto, la “botta” della chitarra (il rasgueo nella definizione tecnica spagnola) è il colpo finale: lo strumento può entrare a far parte di un’orchestra senza esserne soffocato, là dove il liuto a malapena tollerava il tenue gorgheggiare della pulzella sapientemente addestrata; oppure può stare per strada, appresso al cantastorie, senza troppi complimenti e troppe carezze.

Certo, ancora deve arrivare il suo posto in mezzo all’orchestra sinfonica…

Antonio Stradivari, tra un violino e l’altro, l’amava e amava costruirne, operando anche delle modifiche sostanziali al progetto, da genio qual era, e scegliendo di rendere obliqua l’incatenatura inferiore, in modo da aumentare la superficie vibrante a disposizione dei bassi; Paganini ne infiammava la tastiera come nessuno sembra ricordare; per Beethoven era “un’orchestra in miniatura”, e tra tutti soltanto Giuseppe Verdi arrivò ad ardire così tanto da metterla in un’orchestra vera e propria, anche se per timida sperimentazione.

La chitarra spagnola diventa “classica” dopo che un certo Andrès Segovia, classe 1893, un ragazzone di Granada con due manone così, inizia a fare concerti per sola chitarra. Suona talmente bene che sono necessarie sale sempre più grandi per contenere gli spettatori dei suoi concerti, e questo mette alle corde (perdonate il gioco di parole) lo strumento, evidenziandone in maniera netta il punto debole di sempre: il volume del suono. Come lo stesso Segovia racconta, “Quando entrai a far parte del mondo della musica cominciai a suonare in sale molto ampie e da quel momento tutti i liutai cercarono di realizzare uno strumento che producesse un suono più forte“. Segovia dona alla chitarra un’anima nuova, tanto potente e sorprendente da generare nel popolo dei suoi conterranei un detto quasi blasfemo, ma assolutamente significativo: “Di chitarra ce n’è una sola, quella spagnola, e Segovia è il suo profeta!”.

Si dovrà attendere la fine degli anni ’70 per vedere una ditta americana, una certa Ovation, tirare fuori un’idea assolutamente rivoluzionaria per risolvere questo problema, uno speciale pickup a sei magneti (uno per corda) capaci di rilevare i movimenti di vibrazione delle corde e della tavola armonica, trasducendoli in un segnale elettrico comodamente amplificabile. L’idea del microfono davanti alla buca della chitarra non era mai piaciuta a molti, costringeva chi suonava all’immobilità, pena forti decadimenti dell’amplificazione, e soprattutto l’alterazione del suono originale dello strumento faceva storcere la bocca agli appassionati e agli esecutori.

Giungiamo ai tempi nostri senza grossi sobbalzi, lo strumento ha ormai un nome ed una morfologia ben consolidata, la diffusione porta la chitarra ovunque, dalla strimpellata degli amici sulla spiaggia alla ballata del famoso cantante. Un salto di qualità lo hanno fatto ad un certo punto le corde che, abbandonato il budello animale (semplice per i cantini e avvolto in metallo dolce per i gravi) rimasto sostanzialmente invariato per secoli, si sono inchinate al progresso adottando una fibra del tutto innovativa, figlia dell’era atomica e dell’epopea spaziale, il nylon. Dal 1950 infatti la voce della chitarra classica cambia per sempre. Il nylon è un polimero sintetico, inventato nel ’35 da Wallace Carothers con tutt’altri scopi che la musica; alla chitarra garantisce un componente che invecchia molto più lentamente, è meno prono ai capricci dell’umidità, e soprattutto offre una resa molto costante nel tempo, cosa che il budello animale non poteva fare.

I tempi sono maturi per la nascita di una nuova specie, generata dall’era tecnologica e dalle nuove mode musicali sviluppate dalla fine dell’ultima grande guerra: il mondo sta per conoscere la chitarra elettrica!

[Fine parte 2]

 

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