La chitarra, dal mito alla storia – Parte 3

6 giugno 2012 - In: Liuteria domestica - Tag: , 0 Comments

Come abbiamo visto, la continua ricerca del volume di suono ideale non è un capriccio liutistico, ma una precisa esigenza tecnica: la chitarra diventa necessaria in ambiti complessi come le orchestre blues e jazz, dove la presenza dei fiati non passa inosservata, tanto da togliere alla chitarra classica ogni speranza di convivenza. Nel 1931 Adolf Rickenbacker, nato svizzero nel 1890 ma californiano d’adozione, aveva pensato di montare su una chitarra un pickup elettromagnetico, un sistema per trasformare le vibrazioni delle corde in impulsi elettrici; la sua idea era quella di utilizzare questo sistema per amplificare il suono delle chitarre acustiche. Fin dagli anni ’30 l’applicazione del pickup era stata un’innovazione sostanziale nella storia della chitarra: già nel 1936 la Gibson vendeva la sua ES-150 dotata di un pickup.

Il pickup trae il suo nome direttamente dal lavoro che svolge: “preleva” la vibrazione delle corde, e la trasforma in corrente elettrica, che può poi essere trattata come un normale segnale, quindi amplificato, e restituito da un apposito diffusore. La tecnologia utilizzata, rimasta sostanzialmente invariata fino ai giorni nostri, è quella dell’induzione elettromagnetica: un magnete permanente forte, immerso in un avvolgimento spirale continuo di fil di rame sottile, genera un campo magnetico statico, all’interno del quale viene fatta vibrare una corda ferrosa; la vibrazione induce la formazione di una corrente elettrica tra i due poli dell’avvolgimento in rame, una differenza di potenziale che “contiene” nella sua modulazione il suono dello strumento. Questa corrente elettrica, trasferita ad uno stadio di amplificazione, può essere incrementata di molte volte, fino ad arrivare alle tensioni necessarie a pilotare un sistema di amplificazione tradizionale, un altoparlante elettromagnetico in grado di restituire il suono prodotto dalla chitarra elettrica, quasi inudibile, in modi che ben presto sarebbero diventati difficili da non notare…

Ma il vero salto doveva ancora avvenire; le chitarre acustiche dotate di pickup mostravano un problema abbastanza serio: il feedback che si sviluppava quando la cassa dello strumento entrava in risonanza con il suono amplificato, una situazione che rendeva praticamente inutilizzabile la chitarra ad alti volumi, che erano proprio quello che si voleva ottenere: l’unica soluzione era abbassare il volume, cosa che ben presto spinse le meningi di alcune persone a tirare fuori un’idea rivoluzionaria.

Se il feedback traeva origine dalle frequenze armoniche sviluppate dalla cassa di risonanza dello strumento, perché non provare ad eliminare totalmente questo elemento dalla catena di produzione del suono?

Nel 1936 con la Rickenbacker Electro Spanish Model B il mondo fa la conoscenza con uno strumento mai visto prima, che viene rapidamente battezzato solid-body guitar: questo strumento stravolge il concetto di base della chitarra, eliminando radicalmente uno degli elementi fondamentali che aveva superato secoli di studio e affinamento: la cassa armonica. Nella chitarra elettrica solid-body il corpo perde quasi del tutto la funzione di elemento di amplificazione del suono prodotto dalle corde, e diventa praticamente un semplice supporto, avendo delegato l’attività di produzione del suono interamente alle corde metalliche e ai pickup elettromagnetici. Senza ricamare troppo, nella chitarra elettrica il corpo è praticamente un pezzo di legno che ha la funzione di tenere insieme gli altri pezzi, i pickup, il manico, il ponte, le corde, ecc.

Come approfondiremo in seguito, questa visione della chitarra elettrica non è del tutto veritiera. I dibattiti senza fine tra puristi della chitarra classica e puristi della chitarra elettrica sono ormai storia; come in tutti i litigi, la verità sta nel mezzo: è sbagliato affermare che nella chitarra elettrica il corpo non è coinvolto nella formazione del suono, anche se l’entità di questo intervento è decisamente ridotta rispetto allo strumento classico. La densità del legno, la sua tessitura e la sua ultrastruttura fanno sì che esistano essenze più adatte all’utilizzo liutistico nel campo delle chitarre elettriche, ed altre meno. Vedremo presto come.

L’idea di Rickenbacker, se da una parte aveva fatto gridare allo scandalo i puristi dello strumento, aveva aperto una nuova via alla musica, che da allora non sarebbe mai più stata la stessa: l’innovazione tecnologica della solid-body è stata potente quanto l’invenzione della ruota o del telefono, e l’entusiasmo generato dall’invenzione di uno strumento sostanzialmente nuovo ha portato alla nascita di stili musicali e di suoni prima impensabili, e sorprendenti.

La semplificazione concettuale alla base della chitarra elettrica solid-body, come nelle migliori favole a lieto fine, avrebbe trovato un protagonista epico e immortale nella persona di un insospettabile ragazzetto di Anaheim, ovviamente sempre in California: un certo Clarence Leonidas Fender, che fin da giovanissimo si era appassionato di elettronica e che, completamente autodidatta, aveva messo su un’attività commerciale di progettazione e rivendita di amplificatori.

Siamo nel 1928. Leo si sposa e tenta di mettere la testa a posto, trovando lavoro come ragioniere. Fortunatamente non ci riesce: la passione ha la meglio e in pochi anni lo troviamo a capo di una piccolissima società, la Fender’s Radio Service, che vende, progetta e ripara radio e altri aggeggi elettronici, in un periodo in cui l’America sta scoprendo la tecnologia moderna. La musica entra nella vita di Leo praticamente per caso, grazie ai vari chitarristi che saltuariamente gli chiedono di riparare i loro amplificatori. Un bel giorno Leo conosce Clayton “Doc” Kauffman, uscito da casa Rickenbacker con una buona esperienza come progettista e costruttore di “chitarre col pickup”: qui termina la biografia di un certo Clarence Leonidas Fender e ha inizio il mito stellare di Leo Fender.

In poco tempo Leo inizia a pensare ad una solid-body innovativa, che avesse in sé sia il nuovo concetto di chitarra elettrica, che le caratteristiche di uno strumento facile da costruire, semplice da manutenzionare, ed efficiente nel lavoro che doveva svolgere, ossia emettere suoni. In breve realizza una chitarra solid-body decisamente spartana, quasi un insulto agli occhi dei musicisti abituati alle sontuose e raffinate realizzazioni liutistiche che avevano contraddistinto il mondo degli strumenti musicali da sempre. La Fender Squier, diventata poi Broadcaster e subito dopo Telecaster, però, alla faccia di tutti i cliché e tutte le spocchie, diventa immediatamente un “must” (e lo è ancora oggi): una realizzazione che definire sobria è già un complimento (i primi modelli non avevano nemmeno il truss-rod), uno strumento essenziale in maniera inverosimile anche nelle linee, dove le curve sono solo quelle che servono e il corpo pare davvero una tavolaccia tagliata per poterci fissare il manico, il ponte e i pickup. Eppure, proprio per questa sua essenzialità assoluta, questo minimalismo spinto, la Telecaster è attuale oggi come quando è nata, e di alcuni autori (ricordiamo tra tutti Bruce “The Boss” Springsteen) è diventata un’icona incontestabile.

Non contento della sua realizzazione, Leo pensa ad uno strumento più raffinato, con l’intento di creare una chitarra “definitiva”. Ci riesce nel 1954, e la luce di una nuova stella inizia a brillare accecante in questo remoto angolo della Galassia: la Fender Stratocaster nasce come la chitarra definitiva di Leo, e non ci mette molto a diventare la chitarra elettrica: un progetto molto più accurato, un corpo decisamente più elaborato con curve morbide pensate non solo per ricordare la forma classica, e la mitica “paletta” che riproduce stilizzandolo il riccio di un violino, fanno della Stratocaster lo strumento rivoluzionario, la novità forte come l’invenzione della ruota, e la musica cambia per sempre. La storia è nota a tutti, e non serve ripeterla. La potenza dell’innovazione introdotta da Fender nel mondo della musica è sorprendente sotto molti punti di vista: Leo non è mai stato un musicista, non ha mai imparato a suonare la chitarra, non è mai stato un liutaio e alla fine non lo è mai diventato, rimanendo sempre concentrato sull’aspetto tecnico dei problemi liutistici. Sicuramente la sua formazione profondamente atipica per un costruttore di strumenti musicali ha contribuito non poco alla sua inconscia capacità di rottura con la tradizione: il suo atteggiamento ingegneristico, la sua l’assenza di “lacci” culturali gli hanno sicuramente permesso una visione anticonformista e priva di preconcetti, visione che gli ha consentito di arrivare ad una destinazione mai nemmeno immaginata prima. E da questo punto di vista non stupisce affatto se Fender, ormai ricco e con il suo posto nell’olimpo musicale, una volta allontanatosi dalla sua creatura più famosa abbia contribuito allo sviluppo di altri strumenti musicali fondamentali per la storia della musica moderna, come il pianoforte elettrico Rhodes, oppure di componenti sempre innovativi come nuovi tipi di pickup e nuovi sistemi per il vibrato nelle chitarre elettriche, senza fermarsi mai fino al giorno della sua morte, il 21 marzo 1991.

[Fine parte 3]

 

 

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