La chitarra, dal mito alla storia – Parte 4

6 giugno 2012 - In: Liuteria domestica - Tag: , 0 Comments

Profondamente diverso è invece l’approccio di un altro grande nome dell’empireo musicale contemporaneo, un chitarrista americano (tanto per cambiare) intraprendente e intelligente, un certo Lester Polfuss. “Les” si presenta un giorno in casa Gibson con l’idea per una solid-body, visti i successi di casa Fender; l’idea viene rifiutata, “non vogliamo produrre manici di scopa”, dicono. Les aveva disegnato una chitarra flat-top, a corpo pieno, e single-cutaway, con un taglio molto pronunciato. Le versioni della storia sono discordanti, sentendo la campana Gibson le cose sarebbero andate diversamente: la compagnia avrebbe avuto in progetto una solid-body ben prima che Les bussasse alla porta con la sua idea, in modo da realizzare una chitarra che potesse essere una valida concorrente per i prodotti di Leo Fender, che in quei tempi stava spopolando. Agli inizi del 1950 si avvia la progettazione di una solid-body che parte da presupposti profondamente differenti da quelli che avevano animato Fender: liuteria di classe, anatemi contro cose come il manico fissato con le viti e il corpo di forma “strana”, legni scelti (mogano dell’Honduras per il corpo e il manico, acero per il top, palissandro per la tastiera), linee classicheggianti, verniciatura sontuosa color oro. La bombatura del top viene introdotta a scopo puramente estetico (non può infatti influire in alcun modo sulla formazione del suono), con l’idea di creare un prodotto più visibilmente curato, simile alle semiacustiche col piano armonico bombato, e quindi “migliore” di quelli usciti dalla Fender. Les Polfuss entrerebbe nella vicenda in un secondo tempo, quando la Gibson decide di promuovere la chitarra legandola al nome di un chitarrista noto.

Comunque siano andate le cose, agli inizi del 1952 la Gibson Les Paul viene immessa sul mercato, 210 dollari al dettaglio, e meno di 40 dollari in più per avere anche la custodia rigida: la Galassia ha una nuova stella, e che stella! Lo strumento si presenta fin da subito come un’interpretazione assolutamente particolare del concetto di solid-body: come abbiamo detto, la chitarra è fatta da liutai, che quindi prediligono l’aspetto classico delle forme; il corpo ha un cutaway poco azzardato laddove la Stratocaster sfoggiava due “corni” assolutamente spericolati, il manico è rigorosamente incollato al corpo con un innesto a tenone, ed è inclinato all’indietro in un modo che ricorda molto l’assetto di un violino; il top sfoggia una bombatura tecnicamente difficile da realizzare (Fender non possedeva i macchinari per farla, e in ogni caso non avrebbe voluto “complicare” la sua idea di solid-body con un elemento tecnicamente del tutto inutile), e anche i legni sono scelti in base alle loro caratteristiche timbriche; i pickup non sono single-coil, come nella Stratocaster, ma humbucker, allo scopo di migliorare la resa sonora abbattendo il rumore di fondo. Insomma, la Les Paul si dimostra fin da subito una chitarra “di classe”, di fronte alla Stratocaster che ha le caratteristiche di uno strumento “da strada”, e come la Stratocaster attraversa gli anni rimanendo sostanzialmente inalterata, segno quindi di una scelta stilistica azzeccata e apprezzata.

Queste due nature, oggettivamente reali, non possono che finire per scontrarsi: le due “religioni” fanno proseliti oggi come allora, e anche la Les Paul si arricchisce di musicisti-simbolo. Certamente, almeno dal punto di vista sonoro, la scelta di Gibson di dotare la chitarra di due pickup mira a realizzare uno strumento molto specializzato, anche se sempre abbastanza versatile, e non ci vorrà molto a vedere la Stratocaster equipaggiata con il medesimo tipo di humbucker, anche in configurazione mista…

Il resto è storia: la chitarra elettrica si diffonde come l’aria nel mondo, nuovi marchi nascono e muoiono sull’onda del successo, si consolida il fenomeno dell’endorsement con artisti che legano permanentemente il loro nome ad uno strumento, fino agli estremi delle “signature”. La Stratocaster e la Les Paul (il corsivo non serve più, per due nomi che hanno superato qualsiasi confine e qualsiasi lingua) rimangono in vetta all’olimpo delle chitarre elettriche, dominatrici incontrastate dell’immaginario collettivo, sebbene affiancate nel tempo da concorrenti anche di qualità superiore, ma mai capaci di sostituirle nel cuore dei fedelissimi, e assai raramente provenienti da idee dotate di altrettanta forza rivoluzionaria. La Stratocaster è forse la chitarra che ha dato origine al maggior numero di copie e reinterpretazioni, dalle linee ultra-ammorbidite delle “superstrat” di casa Jackson alle nobili realizzazioni dei tanti liutai, anche nostrani.

Negli anni la chitarra elettrica si evolve nelle forme più diverse (per alcune non esiterei a scrivere “assurde”), dalle mitiche Gibson “diavoletto” alle Flying V, alle bellissime PRS della Serie Custom, per non parlare poi delle forme più spinte, fatte di linee affilate e più simili a rozze armi che a strumenti musicali, figlie di una moda dark più ingenua che altro. Insomma, il bestiario chitarristico non ha limiti, grazie al fatto che il corpo della chitarra elettrica influisce sul suono in maniera profondamente differente rispetto alla chitarra acustica o classica. La forma è adesso totalmente svincolata dalla funzione, e questo permette un’espressività molto più legata alle problematiche dello spettacolo che dell’acustica.

Tecnicamente, per noi che facciamo i liutai della domenica, costruire una Stratocaster è ben diverso che costruire una Les Paul: come abbiamo detto i due strumenti nascono con una filosofia di base profondamente differente, che salta immediatamente all’occhio appena si inizia a buttare giù qualche disegno: il corpo della Stratocaster, senza laminature, senza top, è realizzabile tutto sommato facilmente. Il corpo della Les Paul è decisamente più sofisticato, con la bombatura del top, il binding tra top e body, il manico fissato con un tenone che richiede molta precisione costruttiva, incollato e inclinato all’indietro. Certo, anche la Stratocaster ha alcun “punti caldi” da superare, e il complesso scavo per la struttura del ponte tremolo è uno di questi. Sicuramente, e questo vale per tutti e due gli strumenti, essi sono comunque alla portata di un hobbista con un po’ di esperienza alle spalle: non si tratta di costruire una chitarra acustica, di gran lunga più complessa come teoria acustica e realizzazione pratica.

Creare una chitarra da zero, soprattutto con un disegno personalizzato, è un’esperienza incredibile, con emozioni difficili da descrivere. Io mi limiterò più modestamente a riportare le semplici fasi della realizzazione, con la speranza di far rivivere a chi legge un percorso ricco di sensazioni, di storia, e di musica, tenendo sempre presente che, alla fine, siamo solo semplici “spargitrucioli” della domenica.

[Fine parte 4]

 

 

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